Pierre Mac Orlan, Scritti sulla fotografia

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L’autore: PIERRE MAC ORLAN (Péronne 1882 – Saint-Cyr-sur-Morin 1970), uomo dai
mille volti: bohémien, scrittore, pittore, soldato e reporter, ha lasciato
un’opera vasta e multiforme: dal romanzo alla canzone, dal reportage (la
Grande Guerra, l’Italia mussoliniana e la Germania nazista). Esponente di
primo piano nel genere del “fantastico sociale”, tra le sue opere si ricordano
i romanzi La Cavaliera Elsa (1921), Il porto delle nebbie (1927), La bandera (1931)
e tra i saggi Piccolo manuale del perfetto avventuriero (1926), Cronache dalla fine di
un mondo
(1940). Nel 2019 Medusa ha pubblicato La Legione straniera.

Descrizione

Scritti sulla fotografia

  • Autore:Pierre Mac Orlan
  • Editore:Medusa Edizioni
  • Collana:Argonauti
  • Anno di edizione: 2020
  • In commercio dal: 2020
  • Pagine: 126, brossura
  • EAN: 9788876984631

Fotografo amatore da quando, a partire dai primi mesi del 1920, acquista una Rolleiflex, Mac Orlan comincia a fare scatti della sua casa a Saint-Cyr-sur-Morin, del giardino e degli interni, contagiando con la passione anche la mogli Marguerite. Di foto diventa anche, ben presto, collezionista. Lo appassionano sia le immagini antiche, come la raccolta degli scatti erotici del XIX secolo custodita dall’amico Dignimont, o i primi lavori di Eugène Atget di cui è tra i più accesi estimatori. Non sfuggono al suo occhio neppure gli scatti di artisti contemporanei come Germaine Krull o Claude Cahun. E poi anche Kertész, Berenice Abbott, Man Ray, Maurice Tabard, Moholy-Nagy, Albert Renger-Patzsch. Non si esaurisce qui però la passione di Mac Orlan per le fotografia. Gli interessa pure la contaminazione tra i generi. A incuriosirlo in particolare è il mondo del libro illustrato e il contributo che le fotografie forniscono al lavoro editoriale. Come nelle sue critiche d’arte dedicate a Courbet, Félicien Rops, Vlaminck, Gus Bofa, Toulouse-Lautrec, Utrillo, George Grosz e molti altri, quando Mac Orlan si occupa di fotografia lo fa a modo suo. Per lui è sempre l’occasione per fare emergere non tanto i tratti caratteristici, lo stile o la poetica dell’artista, gli interessano non le intenzioni del fotografo ma quali aspetti della realtà quelle fotografie riescono a strappare e a rivelare. Ma questo è riservato alla sensibilità individuale. Lo conferma quando parla di Atget, nel periodico “L’art vivante” nel 1939: «La conoscenza fotografica dell’umanità in bianco e nero – scrive – è inquietante. Si confonde con la personalità di ciascuno senza provocare le noie della cultura. È un’arte primaria curiosamente perfida come la canzone ascoltata a vent’anni e che ci perseguita per tutta la vita». Simone Paliaga

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