Henri de Régnier, Monsieur d’Amercœur

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Henri de Régnier (1864-1936), perseguì una sua ricerca isolata e personale, ignorando le mode che si avvicendarono alla curva del secolo. La produzione, ricchissima, spazia dalla poesia al romanzo, dal diario intimo alla corrispondenza e ai racconti di viaggio. Fu anche critico raffinato e sottile, collaborando a periodici e quotidiani, dal “Mercurede France” a “Le Figaro”. Fu eletto Accademico di Francia. Ammirato da Mallarmé, Jarry e Proust per la complessa analisi dei sentimenti, Régnier non ha perso oggigiorno la sua capacità di seduzione, anche se in Italia resta un autore tutto da riscoprire. Il tema del doppio è centrale nella sua narrativa, dove ricorrono specchi, ritratti, ma anche analogie più sotterranee. Tra le opere più importanti ricordiamo Contes à soi-même (1894), La Canne de Jaspe (1897), L’altana ou la vie vénitienne (1924), Contes vénitiens (1927).

Descrizione

Scritti sulla fotografia

  • Autore: Henri de Régnier
  • Editore: Medusa Edizioni
  • Collana: Le api
  • Anno di edizione: 2025
  • In commercio dal: 2025
  • Pagine: 129, brossura
  • EAN: 9788876984860

La Canne de jaspe, unanimemente considerato uno dei vertici della scrittura di Régnier, uscì nel 1897 presso il Mercure de France. La raccolta contiene Contes à soi-même e Le Trèfle noir, già anticipati in volumi autonomi nel 1894 e nel 1895, arricchita dagli otto capitoli, inediti, di Monsieur d’Amercœur. Il nome del protagonista delinea esaurientemente il retaggio autobiografico, celato sotto un’amarezza che dilania il cuore con l’inesorabilità di un’edera velenosa. Proposta per la prima volta in italiano, questa novella costituisce uno dei tipici congegni narrativi dell’autore normanno, in bilico tra suggestioni oniriche e una visione labirintica frutto di molteplici rifrazioni di specchi deformanti. Il racconto scorre intorno a una vicenda che si profila attraverso continui cambi di registro ed episodi imprevedibili, non sempre riconducibili razionalmente al contesto della storia narrata. Ma se queste incongruità ne circoscrivono la verosimiglianza (si veda l’episodio vampiresco che contrassegna l’uccisione di Madame de Ferlinde quale sorta di crudele mise en abyme), al tempo stesso ne costituiscono il fascino, proiettando il racconto in una dimensione fantastica che non sarebbe spiaciuta a Borges.

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