Catherine Pozzi, Il mio inferno. Poesie

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Catherine Pozzi (1882-1934), scrittrice, poetessa, studiosa di matematica e fisica; la sua produzione poetica è stata edita quasi interamente postuma. Nel 1927 pubblicò il racconto autobiografico Agnès, che per molto tempo venne attribuito a Paul Valéry, del quale la Pozzi fu compagna e amante per otto anni. A sua firma, apparvero inoltre il saggio filosofico Peau d’Âme e una produzione diaristica che è stata riconosciuta tra i migliori esempi di “letteratura intima” e autobiografica del Novecento. Amica e corrispondente di Rainer Maria Rilke, Ernst Robert Curtius, Pierre-Jean Jouve, particolarmente significativo fu però il suo “rapporto critico” ed epistolare con Jean Paulhan, redattore capo della “Nouvelle Revue Française”, oltre che “eminenza grigia” della letteratura d’Oltralpe. Fu lui a indurla a intraprendere una traduzione di Stefan George e a suggerirle – inutilmente – di uscire allo scoperto, pubblicando i propri versi. Alla morte dell’autrice, Paulhan curò la pubblicazione, sulla rivista “Mesures”, dei sei testi che costituiscono il suo lascito poetico-testamentario, a cui si aggiungono ora versi inediti, frammenti, schizzi e prose liriche di grande intensità che hanno contribuito, negli ultimi anni, alla riscoperta della “farfalla angelica” Catherine Pozzi.

Descrizione

Il mio inferno. Poesie

  • Autore:Catherine Pozzi
  • Editore: Medusa Edizioni
  • Collana: Rhytmós
  • Anno di edizione: 2006
  • In commercio dal: 2006
  • Pagine: 107
  • Traduzione e cura: Marco Dotti
  • Con una nota di Michel de Certeau
  • EAN: 9788876980503

Intransigente e severa critica di sé stessa, Catherine Pozzi visse con l’anima aperta sul mondo, trasponendo in versi dal temperamento mistico la sua intensa fame di assoluto e il suo non meno sconcertante desiderio di calarsi nel regno tumultuoso della notte oscura. «Quello che non può diventare notte o fiamma – confessava la poetessa, musa (La giovane Parca) e amante tradita di Paul Valéry – lo si deve mettere a tacere». Catherine Pozzi appartiene dunque a quei poeti che credono in una scrittura ispirata, di una visionarietà e di un’esperienza spinta costantemente al di là delle cose. Al tempo stesso, nei margini di quella scrittura la Pozzi sa affrontare, con tutte le conseguenze e le sofferenze del caso, la sfida – o per meglio dire: la necessità – del silenzio. Anche per questa ragione, in vita Catherine Pozzi acconsentì a pubblicare una sola poesia, Ave, divenendo presto un’enigmatica e perturbante “autrice postuma”, capace di una musicalità spiazzante, che sembra venire da un indefinito altrove. La musicalità della sua poesia, scrive a questo proposito Michel de Certeau, assomiglia a «un labirinto che si stende mano a mano che vi si circola e si odono più voci. È un corpo di viaggi. Racchiude e scopre a chi lo ripete fra sé una proliferazione di analogie segrete, di voci insospettate, di riavvicinamenti o separazioni, di sorprese e aperture».

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